Il sole autunnale sospeso sulla pianura orientale di Kunduz, colora di luci ed ombre sfumate un paesaggio post-arcaico immerso incoerentemente in uno scenario da medioevo centro-asiatico all’apparenza immutabile. Quasi seimila chilometri densi di difficoltà attraverso le ex repubbliche sovietiche di Kazakhstan, Uzbekistan e dell’insanguinato Tajikistan per approdare al fronte di un conflitto volutamente dimenticato, che, data la posta in giuoco dovrebbe essere evidenziato sulle agende di ogni seria cancelleria diplomatica occidentale: il confronto tra le armate sunnite integraliste del misterioso movimento Taliban, portatrici della più bieca e oscurantista ideologia settaria, componente primaria della costellazione musulmana combattente, e la coalizione dei mujahiddin fedeli al mitico comandante Massoud, eroe vittorioso della lotta antisovietica degli anni ottanta. L’automobile rallenta in vista dell’ultimo posto di blocco approntato dagli uomini della coalizione, nei pressi del villaggio di Bangi a circa quindici chilometri ad ovest della città strategica di Taloqan, nel nord est dell’Afghanistan. Pochi istanti per capire subito che è meglio scendere dalla vettura per non diventare facile preda degli osservatori d’artiglieria talebani appostati a circa tre chilometri di distanza.
All’improvviso una mitragliera antiaerea posta lungo la lingua d’asfalto crivellata di crateri di bombe da mortaio, apre il fuoco ad alzo zero. Si corre ai ripari. “No problem, no problem” urla il mujahed sul cassone del camion armato, ma nel giro di pochi secondi il chiaro sibilo di alcuni razzi BM21 “Katiusha” sorvola le postazioni avanzate perdendosi in colonne di fumo bianco tra le case color ocra del villaggio d’argilla. “Benvenuti a Bangi”, piccolo centro lungo l’asse Taloqan-Kunduz assediato da venticinquemila talebani supportati da “consiglieri” militar-religiosi pachistani. La battaglia per il controllo di quest’area di vitale importanza è iniziata. Pochi giorni orsono il comandante Massoud è riuscito abilmente ad evitare che Taloqan cadesse nuovamente in mani Taliban. I fondamentalisti sunniti, forti di nuovi rifornimenti hanno lanciato all’assalto numerose colonne, fresche d’uomini e materiali, nel tentativo di riprendere la città persa tre mesi orsono. Dopo una astuta penetrazione nella periferia urbana, avvenuta grazie ad un precedente “cessate il fuoco” concordato con i comandanti della coalizione governativa, gli integralisti hanno sferrato improvvisamente quello che secondo le loro intenzioni doveva essere il colpo finale per la conquista del centro urbano, prima dell’arrivo del temuto inverno afghano, quando ogni operazione militare terrestre diviene insostenibile.
Ma gli uomini del leggendario “Leone del Panjshir” riavutisi dalla sorpresa, non si sono fatti trovare impreparati, e, grazie anche al decisivo supporto della gente, memore della pesante dominazione taliban di tre mesi addietro sono riusciti a ricacciare le milizie pashtun verso Kunduz. Il conto da pagare per questa “ribellione” non si è fatto attendere: ventiquattro attacchi aerei sul centro cittadino di ben centomila abitanti, con sgancio di bombe da cinquecento chili di esplosivo, più di un centinaio di morti in una rete di costruzioni urbane che non prevede alcun riparo sotterraneo come cantine o depositi in cemento armato. Una autentica “retaliation” mirata a minare il morale dei civili. Durante la ritirata, i talebani hanno chiaramente dichiarato che sarebbero ritornati con l’intento di sterminare tutta la popolazione maschile della città, come in parte hanno fatto nella riottosa Mazar I Sharif, pochi mesi fa, dove le stime ufficiose parlano di ben quindicimila esecuzioni capitali, attuate nell’ottica della “pulizia religiosa” di ogni avversario del “vero Islam”.
A conferma della radicalità d’intenti di questi paladini della Legge Coranica, restano sul terreno di Taloqan i corpi di trentasei mujahiddin (una troupe televisiva francese ne ha contati di persona sedici) presi prigionieri durante la ritirata dei talebani, con i polsi legati dietro la schiena e giustiziati scrupolosamente con raffiche di kalashnikov al volto, in segno di spregio. Martiri per caso di una guerra sempre più feroce che si vorrebbe far passare come esclusivamente di fanatica contrapposizione dottrinale. A Taloqan incontriamo alcuni prigionieri taliban. Su circa duecento uomini catturati dalle truppe fedeli al comandante Massoud, otto sono la prova vivente dell’intervento diretto del Pakistan nella sporca guerra afghana. Chiusi in un container per merci, con le prese d’areazione create artigianalmente dall’azione di un disco flessibile, gli otto “volontari” pakistani presenti tra le fila talebane, sembrano galleggiare in un intimo abisso di sconforto.
Tra loro, il più vecchio ha quarantuno anni, il più giovane, diciassette. Uno di questi è diplomato, parla inglese e si appresta a fare da interprete agli altri compagni di sventura. “Sono venuto a combattere in Afghanistan perché in patria mi è stato promesso un posto di lavoro sicuro, una volta rientrato dalla missione di guerra”. Si dispera, guarda nell’oscurità del container e riprende il discorso: “ho bisogno di mettere a frutto il mio diploma… per me è una questione di sopravvivenza…”. Ben diversa, ma per questo non meno tragica e inquietante, la motivazione degli altri sette pakistani: ” i mullah ci hanno chiaramente esortato a prendere le armi e ad andare a combattere al fianco dei fratelli talebani per sconfiggere i russi che ancora calpestano l’Islam in Afghanistan…”. Un buon dosaggio di disperazione personale, di ignoranza dei fatti storici e di spinta spirituale in buona fede anima le schiere di base dei combattenti coranici. Ma non è così per tutti. I “folli di Dio”, come amano farsi chiamare gli uomini dello sceicco guercio Mohamad Omar sono coscienti degli enormi interessi politico-economici che si celano dietro la spietata jihad per il controllo dell’Afghanistan. Il movimento dei Taliban che generalmente si vuole tradotto con il termine “studenti di teologia”, nasce, o meglio, viene costruito, nelle scuole di catechismo sparse nella North West Frontier Province pakistana, di etnia pashtun.
Nel 1994, tra le “madrasses”, le tribù di frontiera della “Zona Tribale” si sviluppa e si arma l’onda messianica che vuole instaurare il “regno di Allah” nella corrotta e litigiosa Kabul del governo post-comunista di Burhanuddin Rabbani, il leader vincitore del partito islamico “moderato” Jamiat-i-Islami. Il governo di Islamabad, ha preparato minuziosamente il proprio piano. Sul territorio dell’esangue Afghanistan, dovrà passare una preziosa rete di gasdotti ed oleodotti che porteranno le immense ricchezze del sottosuolo, presenti nella ex repubblica sovietica del Turkmenistan, sulle sponde pachistane del mar arabico. Nel nuovo “big game” centroasiatico si muovono a proprio agio le potenti multinazionali del petrolio; la Unocal americana, finanziatrice della prima ora del “progetto taliban”, la Delta Oil saudita ed un consorzio petrolifero sudamericano con a capo l’argentina Bridas Energy. Il progetto iniziale prevede una rete di pipelines per il petrolio turkmeno, lunga 1600 chilometri ed un ulteriore impianto destinato al gas delle steppe di circa 1400 chilometri. Il costo dell’operazione ovviamente comprende, oltre alle spese vive, i “dazi” di passaggio per i detentori del potere a Kabul. L’affare, è audace, in un solo colpo porterebbe ai promotori, sia evidenti risultati economici che impensabili vantaggi politici: tagliare fuori dalle nuove rotte del petrolio, paesi “poco morbidi” come l’Iran e la stessa Russia post imperiale. L’Isi, i servizi segreti pachistani, molto attivi durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, sanno bene che il grande ostacolo alla riuscita di tutta questa faccenda risiede nella figura del ministro della Difesa del governo Rabbani (con seggio riconosciuto in sede ONU) Ahmad Shah Massoud, per nulla disposto a consegnare ai pachistani ciò che con anni di dura lotta tra le montagne, ha strappato alla Armata Rossa ed ai fantocci dei governi marxisti “consigliati” . In breve, la macchina da guerra pachistana si mette in moto. Facendo leva sulle ambizioni e la rigida ortodossia interpretativa degli adepti musulmani della enigmatica setta dei “Deobandi”, finanziando a suon di petroldollari sauditi ed americani l’addestramento e l’armamento delle schiere dei “folli di Dio” e puntellando la loro armata con cospicui contingenti di esperti ufficiali pachistani di etnia pashtun, in due anni di inarrestabile avanzata si assicura il dominio di Kabul. Primo atto “politico” della conquista della capitale: la cattura del premier marxista Najibullah, riparato in un ufficio delle Nazioni Unite durante la precedente presa della città da parte dei Mujahiddin, la sua brutale uccisione (assieme al fratello), mezzo percosse, e l’esposizione del cadavere impiccato per le vie del centro urbano, assieme ad una miriade di televisori e parabole satellitari anch’esse “appese” come monito alla invadente cultura occidentale.
Il resto è storia conosciuta.
L’Islam misògino e brutale della Shariah (legge coranica) praticata con zelo sulle donne, ridotte a ombre veloci celate nelle celle di stoffa del burqa (l’abito a campana che avvolge totalmente la figura femminile munito di una “griglia” di tessuto per il volto), la privazione di elementari diritti umani quali l’istruzione, il lavoro e addirittura la possibilità di essere curate negli ospedali, la firma di un protocollo di intesa tra il cosiddetto “Emirato Islamico d’Afghanistan” e l’O.N.U. in cui si sancisce perentoriamente lo stato di inferiorità delle donne, la soppressione o la machiavellica “limitazione” delle N.g.o. (le efficènti organizzazioni non governative internazionali private) sul territorio del paese, con danni incalcolabili per la popolazione civile. Se è pur vero che l’intransigenza talebana ha riportato un immediato ordine nella caotica situazione in cui versava la popolazione civile dopo venti anni di guerra, permettendo ai nuovi “restauratori della legge e della virtù” di ottenere un disperato consenso iniziale contro lo stato di anarchia e le violenze private del “periodo mujahiddin” post comunista, è altrettanto chiaro che il confronto e la guerra che oggi si stà consumando tra le montagne e le genti d’Afghanistan è strumentalmente un contenzioso tra mentalità antagoniste presenti nella medesima cultura. La distruzione attuata dai taliban di una delle due statue del Buddha (la minore, alta trentacinque metri, rappresentante il principio femminile) scolpite nelle rocce di Bamyian nel sesto secolo della nostra era, se confermata, diverrebbe l’icòna emblematica di un brutale tentativo di instaurazione di quell’ “ordine rurale” sostenuto dai combattenti della “vera fede”, farcito di pregiudizi religiosi, che si antepone senza mezze misure all’Islam moderato e tollerante, maturato in ambienti urbani durante gli anni di “laicizzazione” del paese. Questo radicalismo capace di colpire addirittura il comune patrimonio dell’umanità, è attualmente in Afghanistan, assoluto, offensivo, estremamente pericoloso e si manifesta esplicitamente in talune scelte strategiche del “governo di Dio” a Kabul. Ahmad Shah Massoud, incontrato a Taloqan durante una pausa nelle sue incessanti puntate ai fronti di guerra, dove condivide giornalmente il destino dei propri uomini, è cordiale ed estremamente chiaro: “il controllo di due terzi del paese, da parte talebana è principalmente un giogo militare che grava sulla popolazione afghana, ma è pure, in uno spettro più ampio, un problema di ordine internazionale. I pachistani, dopo aver usato lo Hezb i Islami di Hekmatyar (riparato in Iran), per sabotare sistematicamente ogni tentativo di governo stabile della coalizione mujahiddin, ora si avvalgono di questi talibani perché necessitano di un Afghanistan debole, strategicamente malleabile”.
Gli Stati Uniti, dopo l’errore fatale dei missili “Stinger”, ceduti durante la guerra ai sovietici, alle milizie integraliste filo pachistane dell’Hezb i Islami e finiti, sucessivamente nelle mani dei Pasdaran iraniani, continuano a dar prova di cecità politica: “con i taliban a Kabul il terrorismo internazionale ha trovato nuove basi operative. Osama Ben Laden (il miliardario saudita indicato come l’occulto finanziatore del terrorismo internazionale accusato di aver progettato gli attentati alle ambasciate americane in Kenia e Tanzania) è genero di Omar, il loro capo indiscusso. I “folli di Dio” sono una mina vagante, sia per gli afghani, dopo le stragi di Mazar i Sharif e di Bamyian, che per i paesi occidentali”. La notizia raccolta sul posto di una ripresa su vasta scala della produzione di eroina già raffinata, trasportata con aerei cargo in un emirato del golfo persico per il successivo trasferimento in Europa induce ad un confronto con le risposte equilibrate del comandante Massoud: “non stà a me ricordare che le coltivazioni di papavero da oppio presenti nei territori controllati dai talebani sono all’origine del commercio di droghe pesanti nei vostri paesi… usata come arma di ricatto (per ottenere il seggio alle Nazioni Unite) la coltivazione del papavero in Afghanistan, come del resto il fenomeno del terrorismo, rimarrà inscindibilmente legata al movimento dei talebani, è nella loro strategia”. Il confronto armato tra gli “studenti di teologia” e le milizie uzbeke di Mazar i Sharif, gli scontri e le stragi contro gli Hazara sciiti del Bamyian e le successive tensioni internazionali con gli iraniani dopo l’uccisione di dieci diplomatici persiani e un giornalista della agenzia statale iraniana INA, e ora il conflitto aperto e decisivo con i tagiki del comandante Massoud, fanno circolare il sospetto di una triste guerra interetnica mascherata sotto la vesti di una lotta dai risvolti ben più profondi. “E’ vero, in una composizione territoriale estremamente articolata come quella afghana, esistono da sempre alcuni problemi di carattere etnico, è comprensibile, ogni tanto si registrano anche episodi di conflitto intereligioso tra sciiti e sunniti, ma, siamo veramente a margine del problema e questo fattore potrebbe servire a offuscare il vero fulcro della attuale questione. A conferma della battaglia comune contro questo nuovo tentativo di soggiogare dall’esterno il paese v’è il dato che in territori di etnia pashtun, nel sud del paese, dove ha mosso i primi passi l’invasione taliban, abbiamo parecchi sostenitori, così come in Paktia e nella stessa Herat…”
Ma come poter nutrire fiducia in una vittoria finale contro un esercito di estremisti motivati, foraggiati, armati e “consigliati” da una nazione esperta in contese regionali, quando si è arroccati in un territorio che è ormai solo uno scampolo di nazione. “Dal piccolo Panjshir
è arrivata la vittoria contro la potente Armata Rossa, ritenuta a quell’epoca invincibile. Il Pakistan non è l’Unione Sovietica, non dispone di risorse quasi illimitate in termini d’armamenti come il nostro precedente avversario, inoltre ha gravissimi problemi interni, da Karachi al Kashmir. La guerra ha bisogno di tempo, allora come oggi…”.
I recenti “colloqui di pace” imposti dagli americani in Turkmenistan, sono falliti. Unire il fronte del Nord-Est comandato da Massoud con il movimento integralista dei Talebani è pretendere di cancellare in un solo colpo tutta la tradizione di tolleranza multietnica e polireligiosa che ha contraddistinto il Jamiat e Islami di Rabbani nei durissimi anni di storia nazionale dell’Afghanistan. Le alchìmie politiche ispirate da Washington (ingresso di Massoud nel governo fondamentalista in cambio del definitivo possesso della totalità del paese) svaniscono in questi giorni nella vallata del Bamyian. A seguito della reiterata campagna di pulizia etnica-religiosa scatenata dai Talebani all’inizio di aprile contro le popolazioni sciite degli Hazara, Ahmad Shah Massoud, il “Leone del Panjsher”, ancora una volta è costretto ad intervenire militarmente, per evitare la capitolazione degli alleati. La guerra ai “signori dell’ordine e della virtù” dunque continua, con immense difficoltà logistiche, oscurata dalla negligenza sospetta dei mezzi di informazione internazionali.
Lungo una strada, nella periferia devastata di Bangi, due anziani pastori di etnia tagika fanno segno di fermarci. Hanno bisogno d’aiuto e con fiero dolore srotolano un tappeto affastellato sul dorso di un asino. Tra le pieghe di lana intrise di sangue compare la figura straziata del giovane figlio di uno di loro. Un razzo ha colpito il ragazzo intento a pascolare le capre di famiglia. Il giovane, sfigurato dalle schegge, versa in stato di incoscienza con le gambe dilaniate dall’esplosione. Cinque chilometri in quelle condizioni, a dorso di animale, lo hanno proiettato nella più profonda agonia pre-mortale. Tra i dinieghi di un taxista preoccupato per i sedili della propria autovettura, si riesce a “sequestrare” uno dei rari automezzi di passaggio e inizia l’estremo tentativo di raggiungere il centro di intervento di “Medecins Sans Frontières” nei sobborghi di Taloqan. Alle quattro pomeridiane Surutan Mahmud, di anni quattordici, si aggiunge alla lunga lista di civili periti a causa del conflitto. I medici sconfortati parlano di “effetti devastanti” generati da una mina anti-uomo. Si cerca tempo per capire l’origine bellica dell’ordigno che ha provocato le gravissime lesioni; razzo taliban o mina della coalizione governativa ? Mahmud questo non lo saprà mai, la morte non aspetta responsi.
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